venerdì 1 luglio 2011

LA SICUREZZA VISTA DALL' ON. BOCCUZZI

Ogni morte sul lavoro è una sconfitta di tutti. Qualche decesso in meno non fa diminuire la necessità di un impegno più forte per sconfiggere la piaga degli infortuni e delle malattie professionali.
Si era iniziato un percorso virtuoso dopo la tragedia della ThyssenKrupp con l’approvazione del D.Lgs. 81, peraltro a Camere sciolte, da parte del Governo Prodi, ma il ministro Sacconi, che già si era aspramente opposto, ha rimesso tutto in discussione modificando, con il decreto n. 106, il sistema delle sanzioni.
Nessuno nega che ci fosse la necessità di migliorare il decreto legislativo, ma iniziare un percorso di cambiamento prima ancora di valutarne l’impatto effettivo, è profondamente sbagliato.
Di fatto, si tratta un provvedimento che si configura come una mera riduzione delle sanzioni in capo alle aziende, anche in quei casi dove, ahimé, gli infortuni si verificano in maniera più frequente (cadute dall’alto, morti per soffocamento).
Peraltro, questa diminuzione riguarda anche l’obbligo per le imprese di predisporre il documento di valutazione dei rischi. Una scelta grave che incoraggia le aziende a eludere tale impegno.
Andrebbero quindi apportate delle correzioni, con il concorso sia delle imprese che del sindacato. È urgente porre il lavoratore nella condizione di poter tutelare se stesso.
Cosa che il mercato occupazionale non permette, perché forme di contratto hanno trasformato la stella polare della flessibilità in una squallida precarietà, che induce il lavoratore ad accettare condizioni insicure, anche a scapito della propria incolumità.
Quindi, bisogna migliorare il mercato del lavoro per renderlo più positivo per i giovani che iniziano un percorso di carriera e, allo stesso tempo, attivare politiche per pretendere l’applicazione effettiva del Decreto legislativo n. 81. Abbiamo l’esigenza di coniugare i miglioramenti delle condizioni di lavoro con gli aiuti alle piccole imprese.
Per avviare un percorso virtuoso che faccia diventare la sicurezza sul lavoro un investimento
e non un costo.
Una delle ultime proposte di legge però (quella dell’onorevole Polidori) configura un sistema premiante per le aziende senza distinzioni tra quelle che investono in sicurezza e le altre che non lo fanno. Prevedendo, tra l’altro, un decalage contributivo dei premi assicurativi per le imprese che non subiscono infortuni negli ultimi 3 anni. Se fosse stata già in vigore questa norma, per assurdo, anche la stessa ThyssenKrupp sarebbe rientrata tra le società virtuose, perché questo sistema non prevedendo paletti seri e reali, finisce per premiare soltanto chi ha la “fortuna” di non subire un incidente.
Bisogna inoltre considerare che il 92% degli infortuni e delle malattie professionali si verifica nelle piccole imprese. Il sistema degli appalti, così come è fatto, fa sì che non risulti mai la responsabilità di quelle più grandi per le quali lavorano. È necessario analizzare attentamente l’attuale modello che si usa nell’edilizia, anche perché la responsabilità in solido dell’appaltatore, del subappaltatore e dell’appaltante rappresenta il principio da utilizzare per eliminare il problema degli appalti al massimo ribasso, che non tengono conto delle necessarie
quanto indispensabili condizioni di sicurezza sul lavoro. Accentuare la responsabilità in solido fra appaltatore, appaltante e l’eventuale subappaltante è quindi una condizione indispensabile. Sotto questo profilo c’è molto da lavorare sui controlli.
Tuttavia, voglio sottolineare che c’è un problema di risorse e di mezzi. In Italia operano circa 1800 tecnici della prevenzione per oltre 5 milioni di aziende. Il che, tradotto in termini statistici, vuol dire che il rapporto tra numero delle imprese e quello dello ispezioni riduce al minimo la possibilità per una impresa di subire un’ispezione (una volta ogni 33 anni). Con una probabilità così bassa, un’azienda che non vuole spendere in sicurezza può anche permettersi il lusso di correre questo rischio.
Il sindacato, per far crescere una nuova cultura della sicurezza, dovrebbe porre l’accento sulla “solitudine degli Rls”. Oggi, i poteri dei lavoratori addetti alla sicurezza sono eccessivamente limitati, perciò bisogna agire per migliorare la loro formazione e aumentare le loro tutele. Su questo il sindacato può svolgere un ruolo importante. Un altro versante su cui impegnarsi è quello di evitare di vendere il diritto alla sicurezza in cambio di altro, cosa che, purtroppo, si sta verificando negli ultimi accordi separati di Pomigliano e di Mirafiori.
Ho criticato la firma dell’accordo su Pomigliano prima, ma anche quello di Mirafiori poi. Pur considerando positiva la partecipazione dei lavoratori al referendum di Torino, ritengo che il risultato esprima una esasperazione che rende più fragile il rispetto dei diritti costituzionalmente garantiti e non aiuta lo sviluppo di una nuova cultura della sicurezza e della salute nei posti di lavoro.
Il ruolo dei Rappresentanti alla sicurezza non è facilissimo, né da sostenere né da gestire. Da quando la Thyssen ha deciso la chiusura dello stabilimento, ad esempio, il problema della sicurezza è stato messo in subordine rispetto a quello della ricollocazione dei lavoratori che è diventato, in parte giustamente, la priorità. So invece, dopo aver visto e vissuto quanto è accaduto in Thyssen, che le esigenze devono essere altre.
Quando un’azienda avvia un percorso di chiusura bisogna tenere più alta l’attenzione sulla sicurezza e la salute. E questo vale per i rappresentanti alla sicurezza dei lavoratori, ma ancor di più dell’azienda.
Forse, nel caso dell’acciaieria torinese, bisognava avere il coraggio di imporre una chiusura immediata dello stabilimento. Non lo abbiamo avuto, ma probabilmente non avevamo neppure gli strumenti per farlo.
Non è certamente il sindacato che decide per tutti il momento in cui tirare giù una saracinesca.
Forse però se tutti quanti avessimo avuto più coraggio e una partecipazione dei lavoratori più solida probabilmente si sarebbe potuto evitare una tale tragedia. Tuttavia, non va sottovalutato assolutamente il ruolo degli imputati dell’azienda: non ci si può mai dimenticare, tanto meno nelle situazioni di crisi, che all’interno degli stabilimenti operano macchine, ma soprattutto persone.

on. Antonio Boccuzzi
XI Commissione (Lavoro Camera dei Deputati)
ex dipendente ThyssenKrupp

FONTE: Sicurezza&Lavoro

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