giovedì 17 novembre 2011

MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA THYSSENKRUPP

«Continuare la produzione è  stata una scelta sciagurata compiuta in prima persona proprio da  Espenhahn». Lo scrive la Corte d'Assise di Torino in un passaggio decisivo delle 502 pagine di motivazioni, depositate ieri in cancelleria, con cui ha condannato l’amministratore delegato del gruppo a 16 anni per omicidio volontario, utilizzando la formula del dolo eventuale: accettò il rischio di un incendio senza fermare la produzione. Nel rogo dello stabilimento della Thyssen Krupp di Torino in cui persero la vita 7 operai.

Omicidio volontario
Nel  processo di primo grado la seconda Corte d'Assise di Torino ha condannato Harald Espenhahn, amministratore delegato dell'azienda, a 16 anni e sei mesi di reclusione per omicidio volontario con dolo  eventuale. Insieme a lui lo scorso 15 di aprile sono stati condannati anche altri cinque dirigenti della multinazionale dell'acciaio. Nel rogo che scoppiò la notte del 6 dicembre 2007 sulla linea 5 dello stabilimento torinese, persero la vita sette operai: Giuseppe  Demasi, Angelo Laurino, Roberto Scola, Rosario Rodinò, Rocco Marzo,  Bruno Santino e Antonio Schiavone. Si salvò solo Antonio Boccuzzi.

Il minimo della pena
Per la Corte l’ad merita, comunque, «il minimo della pena» prevista per l'omicidio volontario che, in questo caso, calcolando le attenuanti, è appunto di sedici anni e sei mesi. A favore di Espenhahn hanno pesato gli indennizzi ai familiari delle vittime e anche il comportamento che ha tenuto in aula quando è stato interrogato: in quell'occasione ha «riconosciuto il suo ruolo di datore di lavoro», non ha negato lo «stretto controllo» che esercitava sullo stabilimento di Torino, ha «rivendicato a sè la decisione di non effettuare alcun intervento di “fire prevention”». L'amministratore delegato, in sintesi, era «consapevole delle sue responsabilità» e lo ha «anche manifestato» con le sue parole. Per questo, oltre alle attenuanti del risarcimento, gli sono state concesse le attenuanti generiche.

La tesi accolta dei Pm
I pubblici ministeri, Raffaele Guariniello, Francesca Traverso e Laura Longo, avevano chiesto una pena esemplare per i sei imputati,  contestando il dolo eventuale ad Harald Espenhanh perché, secondo  l'accusa, aveva accettato il rischio che potesse verificarsi un  incidente mortale nello stabilimento. Tesi accolta dalla Corte di assise.

Guariniello: sentenza eccezionale

La sentenza depositata oggi è la degna, eccezionale conclusione di uno dei processi in assoluto più importanti mai celebrati nel nostro Paese e non solo». È il primo commento del pubblico ministero, Raffaele Guariniello, alle motivazioni della sentenza. Il magistrato sottolinea che «la giustizia può dare risposte  straordinarie alle istanze di tutela della dignità e dei diritti dei cittadini» e che «al centro dell'attenzione è ormai giunta la  politica aziendale della sicurezza: come ci invita a fare la Corte di  Cassazione – sottolinea - dobbiamo entrare nelle stanze dei Consigli di  amministrazione e scoprire le scelte aziendali di fondo che portano  agli infortuni e ai disastri».

L’assenza voluta di investimenti in sicurezza
La decisione di non investire in «fire prevention» sugli impianti è stata per la Corte una decisione «razionale e sotto il profilo economico giustificata». A questo, continuano le motivazioni, sia aggiunge la decisione di «continuare la produzione in quello stabilimento».

Una decisione di cui «l'azienda - si legge nel dispositivo- è in particolare Espenhahn era primo e unico responsabile». «La contemporaneità dei due obiettivi: non disporre alcun intervento di prevenzione e prevenzioni incendi a Torino nonostante tutto in quel periodo spingesse Espenhahn a intervenire» spiega la Corte, «e continuare la produzione è stata una scelta sciagurata».

L’accettazione del rischio
Il quadro complessivo dunque ha indotto la Corte a ritenere che certamente Espenhahn, così come contestato, si fosse “rappresentata” la concreta possibilità, la probabilità del verificarsi di un incendio, di un infortunio anche mortale sulla linea 5 di Torino; e che, altrettanto certamente, omettendo qualsiasi intervento di “fire prevention” in tutto lo stabilimento e anche sulla linea 5 e anche nella zona di entrata della linea 5, ne avesse effettivamente accettato il rischio».

Vi erano già stati altri incendi
«La Corte non riesce, nel caso di Espenhahn, a individuare alcun fattore, alcun elemento, ripercorrendo l'intero quadro a disposizione dell'imputato, in forza del quale egli potesse “ragionevolmente” sperare che non sarebbe capitato nulla, nessun incendio, nessun infortunio anche mortale nello stabilimento di Torino, soprattutto sulle linee di trattamento, soprattutto sulla linea 5, soprattutto dopo l'incendio di Krefeld, soprattutto non intervenendo in alcun modo in prevenzione e protezione, soprattutto conoscendo le condizioni di lavoro di Torino, le condizioni di lavoro sulla linea 5, soprattutto considerata e da lui conosciuta la frequenza degli incendi a Torino e sulla linea 5».

La difesa “irragionevole” di Espenhahn
«Espenhahn - spiegano i giudici - ha indicato due fattori sui quali confidava (“sperando”) che nulla accadesse: la presenza sulla linea 5 di Torino di un impianto antincendio a protezione della sala pompe; e la capacità dei suoi collaboratori di Torino. La Corte ritiene che questi due fattori non rendano purtroppo “ragionevole” la speranza di Espenhahn». Secondo i giudici, il primo fattore non è accettabile alla luce della profonda conoscenza di Espenhahn delle condizioni di lavoro nello stabilimento di Torino: «non può certo una persona competente come Espenhahn  ragionevolmente confidare solo su di uno impianto, neppure a bordo linea. Anche l'altro fattore indicato da Espenhahn è privo di ogni consistenza: la competenza, l'attenzione, la preparazione dell'ad anche in questa materia impediscono di ritenere che potesse razionalmente “confidare” nelle capacità dei suoi collabotratori di Torino, tra l'altro in un momento sempre delicato, come quello della dismissione di uno stabilimento; collaboratori - precisano i giudici - che non disponevano di alcun potere decisionale, autonomo».

«Si deve concludere - si legge ancora nelle motivazioni - che confidare in loro, affidarsi a loro, per scongiurare il verificarsi dell'evento - decidendo allo stesso tempo di azzerare qualsiasi intervento di fire prevention e di continuare la produzione in quelle condizioni - non conferisca purtroppo alcun elemento di ragionevolezza alla sua speranza».


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