venerdì 18 maggio 2012

SENTENZA ETERNIT A TORINO

«Un dolo di elevatissima intensità»: è il principio da cui prende le mosse il documento che contiene le motivazioni della sentenza sul disastro dell'Eternit emessa dal Tribunale di Torino lo scorso 13 febbraio. Depositate intorno a mezzogiorno, le 713 pagine compilate dal collegio giudicante, presiuduto dal giudice Giuseppe Casabore, ripercorrono le tappe del processo, la storia industriale dell'Eternit, la normativa italiana sui rischi dell'Eternit, la distribuzione del "polverino", le ragioni della sentenza e del riconoscimento del dolo, la pericolosità della condotta dei due condannati.

Lo svizzero Stephan Schmidheiny e il belga Louis de Cartier sono stati condannati a 16 anni per i reati di disastro ambientale doloso e omissione volontaria di cautele antinfortunistiche, in relazione agli stabilimenti che Eternit – la multinazionale del cemento amianto – aveva in Italia (si veda per dettagli il testo della sentenza, a pag.534). Reati riconosciuti per Casale Monferrato e per Cavagnolo, entrambi in Piemonte, caduti in prescrizione, invece, per i siti di Rubiera (Reggio Emilia) e Bagnoli (Napoli).

«Se si può affermare che il protrarsi dell'evento disastro allunga il periodo di consumazione del reato, ecco allora che i fatti accaduti nei siti di Cavagnolo e Casale Monferrato presentano caratteristiche di gravità e pericolosità tali da mantenere in vita un disastro tuttora in atto». Un disastro che ben conoscono i familiari delle vittime e degli ammalati di mesotelioma – la patologia più grave provocata dalla contaminazione, con almeno vent'anni di incubazione – che fanno capo all'associazione Afeva, visto che il territorio paga ancora un prezzo molto alto: 1.300 i casi stimati in Italia, 58 quelli segnalati nel solo comune di Casale nell'ultimo anno.
«Non può essere riconosciuta alcuna attenuante – si legge nelle motivazioni – mentre risulta evidente che gli imputati hanno agito in esecuzione del medesimo disegno criminoso» scrive il collegio. Entrambi responsabili, dunque, ed entrambi consapevoli dei rischi derivanti dalla lavorazione dell'amianto. «De Cartier e Schmidheiny si sono direttamente occupati degli stabilimenti Eternit italiani, sono risultati perfettamente a conoscenza delle condizioni in cui tali stabilimenti si trovavano, della pessima qualità dei relativi ambienti di lavoro, della pericolosità delle specifiche lavorazioni, dell'elevatamortalità degli operai e dei cittadini che ne derivava, delle richieste – sempre più pressanti – che le organizzazioni sindacali avanzavano e mai nulla hanno fatto o hanno preteso che i responsabili dei singoli stabilimenti industriali facessero per migliorare tali condizioni». Sapevano, dunque, e non hanno fatto nulla per limitare rischi e pericoli.

Per entrambi è stata inoltre disposta l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, l’interdizione legale per la durata della pena e l’incapacità di contrattare con la Pubblica Amministrazione per tre anni. Lunghissimo l’elenco dei danni patrimoniali e non patrimoniali che dovranno risarcire a lavoratori, cittadini, Enti locali, associazioni, sindacati, ecc., oltre alla rifusione di spese processuali. 

Stephan Schmidheiny e Louis De Cartier De Marchienne sono stati condannati perché negli stabilimenti (Cavagnolo, Casale Monferrato, Bagnoli, Rubiera) hanno “omesso di adottare i provvedimenti tecnici, organizzativi, procedurali, igienici necessari per contenere l’esposizione all’amianto (impianti di aspirazione localizzata, adeguata ventilazione dei locali, utilizzo di sistemi a ciclo chiuso, limitazione dei tempi di esposizione, procedure di lavoro atte ad evitare la manipolazione manuale, lo sviluppo e la diffusione delle sostanze predette, sistemi di pulizia degli indumenti di lavoro in ambito aziendale), di curare la fornitura e l’effettivo impiego di idonei apparecchi personali di protezione, di sottoporre i lavoratori ad adeguato controllo sanitario mirato sui rischi specifici da amianto, di informarsi ed informare i lavoratori medesimi circa i rischi specifici derivanti dall’amianto e circa le misure per ovviare a tali rischi”.

Inoltre, sono stati condannati perché, in aree private e pubbliche al di fuori degli stabilimenti, hanno “fornito a privati e a enti pubblici e mantenuto in uso, materiali di amianto per la pavimentazione di strade, cortili, aie, o per la coibentazione di sottotetti di civile abitazione, determinando un’esposizione incontrollata, continuativa e a tutt’oggi perdurante, senza rendere edotti gli esposti circa la pericolosità dei predetti materiali e per giunta inducendo un’esposizione di fanciulli e adolescenti anche durante attività ludiche”.

Inoltre, sono stati condannati perché presso le abitazioni private dei lavoratori, hanno “omesso di organizzare la pulizia degli indumenti di lavoro in ambito aziendale, in modo da evitare l’indebita esposizione ad amianto dei familiari conviventi e delle persone addette alla predetta pulizia. Con l’aggravante che il disastro è avvenuto, in quanto l’amianto è stato immesso in ambienti di lavoro e in ambienti di vita su vasta scala e per più decenni mettendo in pericolo e danneggiando la vita e l’integrità fisica sia di un numero indeterminato di lavoratori sia di popolazioni e causando il decesso di un elevato numero di lavoratori e di cittadini”.

Stephan Schmidheiny e Louis De Cartier De Marchienne sono stati condannati per omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro (art. 437 codice penale) e per disastro doloso (art. 434 codice penale), che ancora oggi non ha ancora esaurito i suoi effetti, “almeno per quanto riguarda i siti di Casale Monferrato e Cavagnolo” (pag. 526 sentenza). Dalle carte della sentenza “emerge tutta l’intensità del dolo degli imputati, perché sia De Cartier, sia Schimidheiny, nonostante tutto, hanno continuato e non si sono fermati, né hanno ritenuto di dover modificare radicalmente e strutturalmente la situazione, al fine di migliorare l’ambiente di lavoro e di limitare per quanto possibile l’inquinamento ambientale”. Inoltre, “l’elemento soggettivo (il dolo, ndr) appare ancora di maggiore pericolosità, perché gli imputati hanno pure cercato di nascondere e minimizzare gli effetti nocivi per l’ambiente e per le persone derivanti dalla lavorazione dell’amianto, pur di proseguire nella condotta criminosa intrapresa, facendo così trasparire un dolo di elevatissima intensità” (pag. 534 sentenza).

Tra le malattie causate dall’amianto, ci sono: asbestosi polmonare, placche pleuriche, carcinomi polmonari, mesotelioma.

Il processo è stato celebrato nel corso di 66 udienze. Gli imputati sono rimasti contumaci. La relazione tecnico contabile redatta dal consulenti del Pubblico Ministero dott. Paolo Rivella ha ricostruito la genesi e l’evoluzione del Gruppo Eternit spa. La consulenza ha offerto un quadro della storia della produzione industriale e dell’utilizzazione dell’amianto in Italia e nel più ampio panorama internazionale, con particolare riferimento alla formazione di un “cartello internazionale dell’amianto” che gestì la produzione e l’utilizzo di detto materiale. 

Il Tribunale, oltre alla condanna, aveva stabilito, per le migliaia di parti civili a processo, in 90 milioni l'ammontare dei risarcimenti, a titolo di provvisionale. Per malati, parenti delle vittime o cittadini esposti ai rischi, provvisionali tra i 30mila e i 6omila euro. Alle istituzioni, a cominciare dal Comune di Casale Monferrato, il giudice ha riconosciuto 25 milioni, 20 alla Regione Piemonte, 5 all'Asl di Alessandria e 15 all'Inail.
 
 
Fonte: IlSole24ore e SicurezzaeLavoro.org

Nessun commento: