venerdì 28 settembre 2012

SORVEGLIANZA SANITARIA E D.M. 09/07/2012

Il diritto alla salute del cittadino lavoratore, che trova la massima tutela nell’ordinamento giuridico italiano attraverso gli artt. 32 e 41, Cost., malgrado le grandi riforme epocali degli anni settanta ancora oggi è ancora in cerca di una disciplina regolamentare organica che sappia coniugare il controllo sanitario aziendale con il servizio sanitario nazionale (SSN), secondo una logica sistemica capace di sviluppare interazioni da imprese e da istituzioni e lo scambio reciproco d’informazioni che assicurino una protezione della salute del lavoratore in chiave preventiva lungo tutta la sua vita.
Tuttavia, fino a oggi, anziché prevalere questo modello di controllo sanitario universalistico che appare, per altro, in sintonia anche quello di welfare state di cosiddetta sicurezza sociale, in Italia è stato diffuso un modello inverso, di controllo sanitario a “comparti stagni” in cui la sorveglianza sanitaria e il sistema pubblico hanno viaggiato su direttrici separate; in effetti, le ragioni di questo sono molteplici e in parte sono ascrivibili anche al quadro storicosociale che è maturato verso la fine degli anni Sessanta, di cui espressione emblematica è la legge n. 300/ 1970.
Solo con l’avvento della legge n. 833/1978 e del successivo D.P.R. n. 619/1980, che istituì l’Istituto
Superiore per la Salute e la Sicurezza sul Lavoro (ISPESL), era stato compiuto un grande passo in avanti per cercare di collegare i sistemi aziendali con il SSN e, da ultimo, con la riforma operata con la legge delega n. 123/2007 e il D.Lgs. n. 81/2008, il legislatore italiano ha tentato coraggiosamente d’innovare l’intera materia disegnando un nuovo sistema istituzionale funzionale alla diffusione del modello universalistico che, tuttavia, dopo l’emanazione del D.L. n. 78/2010 è stato messo nuovamente in discussione.
Con l’emanazione da parte del Ministero della Salute del D.M. 9 luglio 2012, in attuazione del D.Lgs. n. 81/2008, questa criticità è tornatanuovamente alla ribalta; infatti, sia pure con un ritardo di oltre due anni, con questo provvedimento sono stati definiti i contenuti e le modalità di presentazione della comunicazione annuale dei dati aziendali e sanitari (Allegato 3B al D.Lgs. n. 81/2008), adempimento di rilevanza fondamentale per l’avvio del , e sono stati aggiornati i contenuti della cartella sanitaria e di rischio (Allegato 3A al D.Lgs. n. 81/2008); inoltre, nello stesso decreto sono state specificate anche le informazioni minime che deve contenere la comunicazione del giudizio d’idoneità alla mansione del lavoratore da parte del medico competente.
L'analisi del D.M. 9 luglio 2012 è stata sviluppata su Ambiente e Sicurezza N.18 del 2 ottobre 2012 a cura del Dott. Mario Gallo (di cui portiamo in allegato l'articolo integrale) e nel dettaglio sono stati approfonditi i temi:
  • Il nuovo regime della comunicazione annuale all’ASL
  • I nuovi contenuti della cartella sanitaria e di rischio
  • La comunicazione del giudizio d’idoneità alla mansione
  • Fase transitoria ed entrata in vigore delle nuove disposizioni
Anche se l’emanazione del D.M. 9 luglio 2012 ha costituito, senza dubbio, un’altra tappa importante sulla strada della complessa attuazione del D.Lgs. n. 81/2008, sono rimaste irrisolte alcune delicate questioni legate, in particolare, alla comunicazione obbligatoria ex art. 40, D.Lgs. n. 81/2008; infatti, al di là di alcuni aspetti operativi rimasti irrisolti, il problema di fondo è che non è chiaro se con questo adempimento annuale s’intende acquisire in modo sistematico dei dati aggregati da analizzare ai fini statistici e per la definizione di politiche d’intervento mirate in funzione dell’attuazione del già citato modello universale di controllo sanitario del lavoratore o, viceversa, acquisire solo informazioni a livello locale per
eventuali azioni di controllo ispettivo sul territorio.Poiché lo scopo di questo adempimento dovrebbe essere il primo, come del resto è emerso chiaramente dall’art. 40, allora risulta difficile comprendere come lo stesso potrà essere effettivamente raggiunto se si considera che questa mole di dati dovrebbe passare (sulla base, quindi, di un apposito software nazionale) dalleASL alle Regioni e poi giungere non più all’ISPESL ma all’INAIL che ne ha assorbito le funzioni; insomma, il quadro che è emerso, in definitiva, è che questo obbligo pur se favorisce alcuni rapporti più intensi e continuativi tra i datori di lavoro, specie delle micro e piccole imprese, e i medici competenti, oltre che un migliore monitoraggio degli adempimenti gestionali in materia di controllo sanitario, così come ora è stato regolamentato, tuttavia, non sembra idoneo a raggiungere gli scopi per cui è stato concepito se non sarà rivisto in funzione del suo inserimento nell’istituendo Sistema Informativo Nazionale per la Prevenzione (SINP) previsto dall’art. 8, D.Lgs. n. 81/2008, che, purtroppo, è anche messo in seria discussione a causa della grave crisi economica e la conseguente penuria di fondi pubblici.


Fonte:Ambiente&Sicurezza de IlSole24Ore

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