lunedì 3 dicembre 2012

DALLA CE UN NO ALLA SALVA MANAGER

La Commissione Europea ha inviato alla Repubblica Italiana un parere motivato nel quale le chiede di adeguare l’ordinamento giuridico riguardante la salute e la sicurezza sul lavoro ed eliminare, entro due mesi, due disposizioni.  

Si tratta di quelle «che esonerano il datore di lavoro dalla sua responsabilità in materia di salute e sicurezza in caso di delega e subdelega» e quelle che «differiscono nel tempo l’obbligo di fornire un documento di valutazione dei rischi nel caso di nuove imprese o di modifiche significative nell’attività di un’impresa».  


L’Europa invita le autorità italiane ad adeguarsi entro sessanta giorni dalla data di pubblicazione della pubblicazione del Parere motivato (21 novembre 2012). Il Parere motivato di cui parliamo, è l’ultimo capitolo della procedura di infrazione contro il nostro paese.  

Nella lettera di costituzione in mora vengono contestate all’Italia irregolarità nel testo unico in sei punti, questi:  
  • l’esonero da responsabilità del datore di lavoro in caso di delega o subdelega di alcune delle sue funzioni in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro; 
  • l’esonero dall’obbligo di predisporre un documento di valutazione dei rischi per la sicurezza e la salute sul lavoro per i datori di lavoro che occupano fino a lavoratori; 
  • la proroga dei termini impartiti per la redazione di documenti contenenti i risultati di una valutazione dei rischi nel caso di una nuova impresa o di modifiche sostanziali apportate a un’impresa esistente;  
  • il differimento dell’entrata in vigore dell’obbligo di valutazione del rischio di stress da lavoro; 
  • il differimento dell’entrata in vigore della legislazione sulla salute e sulla sicurezza per i lavoratori appartenenti a cooperative sociali e organizzazioni di volontariatodella protezione civile; 
  • la proroga dei termini per l’adeguamento alle disposizioni di prevenzione degli incendi delle strutture ricettive turistico-alberghiere con oltre 25 posti letto esistenti in data 9 aprile 1994.
di Marco Sodano Fonte: La Stampa

Il capogruppo in Regione Liguria di Italia dei Valori interviene sulla messa in mora da parte della Commissione Europea sul tema della sicurezza sul lavoro: “L’Italia si metta in regola per evitare almeno parte degli errori commessi nel passato: oggi il nostro Paese paga un conto salatissimo come nel caso dell’Ilva”

«È arrivata in questi giorni la messa in mora dell'Italia da parte della Commissione Europea sul tema della sicurezza sul lavoro. Ora il governo ha due mesi di tempo per mettersi in regola con le disposizioni che l'Europa ci chiede. In caso contrario scatteranno sanzioni salatissime che possono arrivare a 700mila euro per ogni giorno di ritardo nell'applicazione della direttiva comunitaria (direttiva 89/391/CEE)». Così interviene Maruska Piredda, capogruppo in Regione e responsabile Lavoro in Liguria di Idv, sul parere motivato di infrazione n. 2010/4227 inviato da Bruxelles alle autorità italiane.
«La messa in mora – spiega Piredda - riguarda due punti dell'attuale normativa italiana: la deresponsabilizzazione del datore di lavoro in caso di delega o subdelega; la proroga dei termini prescritti per la redazione di un documento di valutazione dei rischi per una nuova impresa o per le modifiche sostanziali apportate a un'impresa esistente.
La Commissione Europea nel suo parere motivato di infrazione pone particolare accento sull’esonero delle responsabilità del datore di lavoro in materia di salute e sicurezza, in caso di delega o subdelega. Oggi, infatti, in Italia un imprenditore può scaricare le proprie responsabilità in merito alla salute e alla sicurezza della propria attività, un fatto che, proprio nel documento della CE, va in aperto contrasto con l’attuale normativa comunitaria. Nel giudizio fatto pervenire dalla Commissione alle autorità italiane si legge che, visto che “tranne nel caso in cui sia stato commesso un reato il datore di lavoro non è personalmente responsabile, di conseguenza è probabile che abbia poco interesse a porre in atto misure in materia di salute e sicurezza”.
Con la messa in mora, la Commissione Europea impone allo Stato italiano, senza se e senza ma, di modificare il Testo unico sulla sicurezza (dlgs 81/08), cancellando da questo testo la “salva manager”. Non sono servite le decine di pagine inviate dal governo italiano alla CE a far chiudere la procedura di infrazione 2010/4227 aperta due anni fa.
Il messaggio dell'Europa è chiaro: l'Italia non è a norma con quanto stabilito dalle disposizioni quadro sul tema della sicurezza sul lavoro. Un esempio? Con l'attuale normativa italiana, una nuova impresa ha 90 giorni per fare la valutazione dei rischi, anche qualora essa svolga un'attività pericolosa per la salute e la sicurezza dei propri dipendenti e per l'ambiente circostante. È questa l'attenzione che in Italia si presta a chi lavora?
Purtroppo sono migliaia i casi lampanti che dimostrano quanto in Italia, per anni e fino ancora a oggi, si sia preferito chiudere un occhio sulla salute e la sicurezza pur di accondiscendere a imprenditori con pochi scrupoli. Il caso Ilva, in questi mesi, è di sicuro il più eclatante. Disastro ambientale, danni alla salute di lavoratori e ai cittadini di Taranto. Oggi, la giustizia fa il suo corso: fioccano condanne e arresti ai vertici aziendali. Ma a quale prezzo? L'effetto domino della chiusura dello stabilimento pugliese sull'economia italiana genera danni incalcolabili. In primo luogo sull'occupazione con 11mila dipendenti del solo stabilimento di Taranto che rimarrebbero a casa da un giorno all'altro. Poi all'industria a tutti i livelli: dalle piccole fino alle grandi imprese che si troverebbero costrette a fare i conti con l'inevitabile aumento del prezzo dell'acciaio, indispensabile per attività in quasi tutti i settori. Infine, togliere all'Italia la produzione dell'acciaio sarebbe un'autentica batosta per l'export.
Anche a Genova, dove sette anni fa era stato sottoscritto l'Accordo di programma che metteva fine alla produzione a caldo a tutela della salute dei lavoratori e del quartiere di Cornigliano, ci sono 1.760 posti di lavoro a rischio. Nel capoluogo ligure è scattata ieri la protesta degli operai dell'Ilva che, nel pomeriggio, hanno occupato lo stabilimento di Cornigliano, riuniti in assemblea permanente fino a giovedì.
Ancora una volta quindi i lavoratori sono in prima linea per difendere il proprio posto e rivendicare il binomio salute e lavoro che la politica, per troppi anni, ha preferito ignorare.
Cogliere, in tempi brevi, il monito della Commissione Europea sul tema della sicurezza sul lavoro sarebbe un primo passo concreto e necessario, che eviterebbe almeno parte degli errori commessi nel passato, di cui oggi il nostro Paese paga un conto salatissimo».

Fonte:Savonanews.it

 


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